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eSports: Netflix racconta la storia dei gamer con High Score

Dagli anni ottanta ad oggi. I videogame sono protagonisti dell’interessante docuserie High Score. Super Mario, i creatori delle più famose case produttrici di console e primi innovatori che hanno creduto in un settore che oggi genera miliardi dollari ogni anno sono ovviamente i grandi protagonisti, ma nel racconto si prendono ampio spazio gli eSports: Netflix con questo documentario ha voluto raccontare i personaggi che negli anni hanno contribuito a far nascere un modo tutto nuovo di vivere la competizione.

Gli eSports competitivi entrano in scena nel racconto del documentario High Score già nel primo episodio, con la storia di Rebecca Ann Heineman, oggi designer e programmatrice di videogiochi americana, che racconta come Space Invaders della Atari abbia rivoluzionato la sua vita. Crazy Fat Gamer, Nicaldan e Lonewolf92 non sarebbero campioni di eSports senza la rivoluzione di quegli anni. “Il segreto per vincere – racconta – era avere una strategia“. Un segreto che l’ha portata a vincere il Campionato Nazionale Atari 1980, partendo da un piccolo torneo da un dollaro di iscrizione giocato in un centro commerciale di Los Angeles

Ovviamente siamo lontani decenni dall’approccio che ha un giocatore che cerca di capire come diventare un gamer professionista oggi. La Heineman parla di evasione, svago, ma accenna già il discorso della competizione e soprattutto introduce il concetto di High Score: provare ad ottenere un punteggio più alto (vi invitiamo sempre a valutare che siamo negli anni ottanta, l’era del Big Bang dei videogiochi) è stata forse la benzina che ha portato Space Invaders ad avere così tanta polarità.

La presenza di alcune troupe televisive faceva solo intuire cosa sono gli eSports oggi. Il percorso era ancora molto lungo. Il boom e la crisi del settore e delle storiche case produttrici, le società giapponesi che sfidano quelle statunitensi ci portano poi agli ’90 e al Power Fest di Salt Lake City, con la Atari in pensione e la Nintendo brand di riferimento con il World Championship.

Il piatto si fa più interessante: un buono da 10mila dollari, un’automobile e una tv. Poco se facciamo il confronto con la realtà attuale e con quanto guadagnano i gamer professionisti oggi. Jeff Hansen, campione di quell’anno, racconta quindi come Tetris e Super Mario Bros fossero allora il main game nel settore competitivo degli eSports.

Entra in scena anche il fattore allenamento, decisivo per arrivare alla vittoria di un torneo, la tensione di giocare dal vivo, e il grande marketing scatenato da questi eventi. Cosa da non sottovalutare sono poi i numeri: migliaia di partecipanti, 90 concorrenti in finale, MTV che racconta il tutto. Ecco, una partita a un videogioco diventa un evento mediatico. Ci volevano gli americani, per realizzare il salto di qualità a livello di entertainment.

C’è poi Chris Tang, che vince il Rock the Rock della Sega: 100 mila gamer e 25 mila euro di montepremi. Sega, MTV, Hard Rock Cafe furono i partner di un evento che gira il mondo in lungo e in largo e che si chiude sull’isola di Alcatraz. Chris Tang ha tutto, anche un coach che lo allena per i grandi eventi, proprio come accade ora con i team esports.

Mentre in Giappone è Street Fighter a riempire le arene solitamente dedicate al Sumo, con Trip Howkins, fondatore della Electronic Arts, negli Stati Uniti Super Mario passa la palla ai giocatori di football americano. Prima le simulazioni degli sport esistevano ma peccavano molto in qualità, con Madden (basato sul football americano) arriva il concetto che il videogioco può consentire rispetto allo sport tradizionale di eliminare le differenze. FIFA e PES nascono da questa idea.

Questo è un concetto sul quale punta forte High Score di Netflix: gli eSports metteno alla pari tutti. Bassi, alti, snelli o grassi partono tutti sono allo stesso livello. Preso il via, nessuno riesce più a fermare il movimento eSports: Street Fighter 2 e gli altri picchiaduro sono decisivi per il lancio della sfida 1vs1, con Doom arriva ad un livello più alto la partita multyplayer online. Una storia lunga insomma, che meritava una docuserie divisa in sei episodi.

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Claudio Zecchin

Giornalista sportivo

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